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Una su settecentoventinove milioni

Ma porcadiquellamiseriaccialadraporca!

Doveva capitare proprio quello.
Proprio adesso.

Una distrazione durante una pallosissima call, del solito pallosissimo cliente al quale non aveva più nulla da dire e nulla da dare.

Whatsapp web aperto. Il telefono preso distrattamente in mano per ammazzare la noia che scivola, rimbalza due volte, poi atterra bastardamente sulla tastiera prima di essere ripreso al volo.

E parte un messaggio. Uno solo.

E una di quelle cose che non ti aspetteresti mai ti possano capitare, salvo poi ricordartene per tutta la vita.

“In te.”
Due parole.
Due sillabe.
Un intero terremoto semantico partito da un rimbalzo di silicio.

Nicola resta immobile. Lo sguardo corre dalla tastiera al monitor, dal cellulare alla tastiera.

La chat è lì, ancora aperta su WhatsApp Web.

Paola.
online

Le due spunte sono già grigie. Poi diventano blu.

E in quell’istante l’universo si ferma.

Perché proprio lei?
Perché ora?
Dopo anni di silenzi, di mezze frasi non dette, di quella distanza che aveva finalmente smesso di fargli male?

Si rivede, all’improvviso: lei seduta alla scrivania di fianco, i capelli raccolti, la sua sola presenza che rendeva liete e piacevoli anche le giornate storte.

Poi il tempo, le scelte, la vita…

E adesso… un “in te” partito da una caduta, da un gesto goffo e distratto.

Non un “ciao”, non un “come stai”. Un “in te”.

Ma che cazzo vorrà mai dire “in te?”.

Un messaggio che sembra un lapsus cosmico, un bug nella trama, un promemoria del destino che si diverte a premere invio quando meno te lo aspetti.

Nicola inspira.

Forse potrebbe scrivere subito, spiegare, giustificarsi. Oppure lasciarlo così, come un mistero, come un varco tra quello che era e quello che avrebbe potuto essere.

Ma se, dopotutto, il caso non avesse sbagliato tasto?

Il cursore lampeggia.
Una, due, tre volte.
Nicola ha la netta sensazione che lo stia fissando. Che si aspetti qualcosa da lui.
Poi resta immobile.

Nicola osserva la frase che ha appena scritto, ma non ancora inviato — un tentativo disperato di ironia, di controllo, di salvataggio in corner.

Una battuta con la faccina, tanto per dire “possibilità c’erano di scrivere “in te” e inviare un messaggio WhatsApp facendo cadere il cellulare sulla tastiera? 😁”.

La guarda, la rilegge.
In fondo è anche brillante, pensa. Quasi divertente.
Un modo per disinnescare la bomba prima che esploda.

Esita ancora un attimo. Poi preme invio.

Le due spunte grigie diventano blu dopo pochi istanti… …ma la chat resta muta.

Nessun “sta scrivendo…”.
Solo quel vuoto bianco, immacolato, che si allarga sullo schermo come un silenzio fisico.

La mente di Nicola inizia a correre, a immaginare.
Forse Paola sta ridendo, dall’altra parte.
O forse sta rileggendo.
O peggio: sta facendo lo screenshot da mandare a un’amica, con quel tipo di commento che non vorresti mai leggere: “Guarda chi si fa vivo adesso…”.

Il pensiero gli morde la gola.
Sente salire la familiarità scomoda di tutte le cose lasciate a metà — le parole non dette, le frasi smozzicate, gli addii educati.

Chissà se lei ha mai pensato che, dietro quell’“in te”, potesse esserci davvero qualcosa di non casuale.

Un messaggio caduto per mano del destino, più che del telefono.

Nicola chiude gli occhi, lascia che il silenzio lo attraversi.
Poi sorride, amaramente.
Forse certe parole non servono a farsi capire.
Servono solo a ricordare che ci sono ancora punti di noi…
in qualcuno.

Il pomeriggio scivola via lento, come se ogni minuto volesse restare a guardarlo affondare. Nicola continua a fissare lo schermo.

Nulla.
Neanche un punto, un cuore, un “😂” di circostanza. Un vaffanculo. Gli sarebbe andato bene anche quello.

La finestra di WhatsApp resta lì, come una porta socchiusa su un corridoio buio.
Ogni tanto lui la richiude, poi la riapre.
Rilegge la sua frase.

Controlla se la connessione funziona, se il messaggio è davvero consegnato, se magari — per un qualche bug cosmico — non è arrivato affatto.

Ma no.

Le spunte sono inequivocabilmente blu. Precise. Implacabili.

Allora la mente comincia a fare il suo mestiere: tormentarlo.
“Forse non ha voglia di rispondere.”
“Forse è imbarazzata.”
“Forse sta cercando le parole giuste.”
“Forse… le parole giuste non esistono.”

E intanto la giornata si piega su se stessa. Il lavoro va a farsi benedire. Il sugo si attacca. Il pranzo… ma chi ha voglia di mangiare?

Fuori, la luce cambia, il riflesso dello schermo diventa più nitido, e nel riquadro della chat resta solo quella frase, quasi assurda, che ora gli sembra più un biglietto trovato per caso in una bottiglia che un messaggio mandato per sbaglio.

Nicola si passa una mano tra i capelli, quei due che gli son rimasti e sospira.

Da qualche parte dentro di sé sente che non è solo la risposta che aspetta: è un segno, un cenno qualunque che gli dica che non è impazzito, che l’universo non si diverte davvero a metterlo alla prova.

Ma la realtà è muta, e in quel silenzio lui riconosce qualcosa di familiare.
Un’abitudine che non ha mai smesso del tutto: quella di farsi domande a cui nessuno risponde.

Chiude il portatile.
Resta qualche istante con la mano sopra il mouse, come se potesse ancora cambiare tutto.
Poi lo lascia andare.

E nell’oscurità improvvisa dello schermo spento, il suo riflesso sembra dirgli piano: «La verità, Nicola, è che certe cadute non partono mai dal telefono.»

Il cuore gli scatta in gola come un allarme.
Tre puntini.
Sospesi.
Ipnotici.

“…Paola sta scrivendo…”

Le parole più potenti dell’universo digitale.
Nessuna certezza, solo possibilità.
Il tempo si allunga, il respiro si accorcia.
Forse lei risponderà con ironia.
Forse lo prenderà in giro.
Forse chiederà: «Davvero credi ancora al caso?»

Nicola resta immobile, lo sguardo fisso sullo schermo.
Le dita a mezz’aria, come pronte a parare il colpo o a restituirlo.
Gli occhi tremano al ritmo di quei tre puntini intermittenti, ogni apparizione una promessa, ogni sparizione un colpo al petto.

Poi, di colpo, spariscono.

Silenzio.

Ricompaiono.
Scompaiono di nuovo.
Tornano ancora una volta, brevi, esitanti.
Poi niente.

La chat torna muta e vuota, come se qualcuno avesse sfiorato una soglia e poi, all’ultimo momento, avesse deciso di non oltrepassarla.

Nicola si passa una mano sul volto.
Forse stava per scrivere.
Forse ha cancellato tutto.
Forse ha pensato che non valesse la pena.

Eppure qualcosa è successo.
Qualcosa di invisibile, come un respiro trattenuto tra due mondi.

Resta lì, a fissare quello spazio vuoto dove la parola non è mai nata.
E capisce che a volte non serve leggere una risposta per sapere che c’era.
Che il silenzio può dire tutto, anche un “in te” che nessuno ha mai avuto il coraggio di scrivere davvero.

Una remotissima possibilità.

Per la precisione, una su settecentoventinovemilioni. Così almeno aveva sancito ChatGPT rispondendo a specifica domanda.

Magari la stima era totalmente sballata, ma il numero aveva un nonsoché di affascinante.

Il cubo di 90.
Il quadrato di 27.000.
Il quadrato dello stipendio annuale di uno più bravo di lui. Del costo dell’auto che non si poteva permettere.

Una possibilità pressoché nulla.
Eppure era successo.

Il telefono era caduto, le lettere si erano allineate come pianeti impazziti, e il messaggio era partito — in te.

Ma più ci pensava, più quella possibilità, microscopica e assurda, aveva un senso.

Perché che probabilità c’erano, in fondo, di incontrare Paola quella prima volta?

Di finire nella stessa azienda, di incrociare quegli occhi al distributore del caffè proprio quel lunedì mattina in cui lui avrebbe voluto restare a letto?

Che probabilità c’erano di ritrovarla, per caso, durante una call in cui non avrebbe nemmeno dovuto essere invitato?

E che, nonostante i chilometri, dal terrazzo di lei si vedesse il suo — un puntino, una macchia di colore tra mille finestre anonime?

L’universo gli sembrava un algoritmo impazzito: un codice scritto per ridere di chi cercava logica nei suoi bug.

Nicola si alzò, camminò fino alla finestra.
Il cielo era un mosaico di luci lontane, e tra esse, chissà, anche quella di Paola.
Provò a immaginare se stava guardando anche lei, se stava ripensando a quel messaggio assurdo.
Forse stava ridendo.

Forse stava tremando come lui.

O forse aveva semplicemente chiuso la chat, come si chiude un libro che non si ha più il coraggio di continuare.

Una su settecentonovemilioni.
E lui, come un idiota, continuava a pensarci.

Perché il caso aveva davvero un pessimo senso dell’umorismo, e questa volta – si disse Nicola – “sta ridendo di te e non in te”.  

Epilogo

È tardi e Nicola si è addormentato sul divano davanti a una pallosissima serie su Netflix.
Non aveva trovato di meglio da fare e da vedere.

Il telefono vibra piano, quasi con pudore.
Nicola lo guarda distrattamente, convinto sia una notifica qualsiasi.
Ma no. È lei.

Paola: «Forse era il modo più originale per dirmelo.»

Silenzio.

Un lampo di adrenalina gli attraversa lo stomaco.
Legge e rilegge quella frase, cercando di capire se c’è ironia, tenerezza o rimprovero.
Forse tutte e tre.

Poi, un secondo messaggio.

Paola: «E comunque… anche solo una su settecentoventinovemilioni, resta una possibilità.»

Nicola resta fermo, lo sguardo perso tra le parole e il cielo oltre la finestra.
Là in fondo, quasi invisibile, la luce del terrazzo di Paola.

Sorride.
Il destino, pensò, ha un pessimo senso dell’umorismo.
Ma a volte scrive meglio di noi.