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Tumulazioni Balneari

Come a Natale. Ma in infradito.

1984 (o forse 1985).

Estate. Calabria.

Ero ancora un ragazzino, ma ero già un romagnolo praticante.

La piadina nel cuore, la simpatia sempre accesa e quel senso di superiorità – qualcuno la definirebbe sburonaggine – che contraddistingue la categoria. Ero con i miei, in vacanza. Alle nove antimeridiane, ora di Locri, prendiamo posto in spiaggia.

Era domenica. E già questo dice tutto.

La sabbia, incandescente come una piadina appena tirata giù dal testo, pullulava di esseri umani, racchettoni, urla in dialetti sconosciuti, assembramenti di napoletani – che la distanza superiore ai quaranta centimetri tra un asciugamano e l’altro era visto come segno di disprezzo – l’omino che vendeva le pizzette e le ciambelline fritte che riusciva, comunque a farsi sentire in quella bolgia.

Il babbo sceglie un punto tranquillo. O almeno così sembrava.

Ma poi lo vedo.
L’Ombrellone.
Non uno qualsiasi, no.

Una creatura mastodontica, un 3×3 che nemmeno a Morciano per la Fiera di San Gregorio.

Uno stand da fiera di paese, piazzato disinvoltamente in mezzo alla sabbia con la consapevolezza di chi sa di meritarsi l’ombra.

Alla base dell’astronave: un insediamento.
Frigo portatili. Tavolini pieghevoli. Sedie da regista.
Sembrava un’area ristoro autorizzata dalla Protezione Civile.

In un angolo, immobile e vestita di nero, una signora.
Nero integrale: vestito, foulard, scarpe chiuse.
Seduta dritta come un monolite, sembrava assorbire luce, caldo e tempo.

Di fianco a lei, quello che supponevo fosse il marito: camicia bianca, pantaloni stirati, coppola nera. Lui pure seduto. Impegnato nel difficile compito di… non far nulla.

Con intensità.

Tutt’intorno, le frotte di nipoti e parenti.
Scorazzavano, si tuffavano, facevano castelli, allegre risse e alleanze temporanee.
Un piccolo stato autonomo, con dinamiche geopolitiche ignote agli adulti.

Lei…
Lei non si è mossa per ore.

Fino all’ora di pranzo.
E lì… l’inconcepibile. Per chi è nato a Rimini, almeno.

Dai frigoriferi – che io pensavo contenessero birre e cocomeri – cominciarono ad uscire piatti.
Pentole.
Teglie.
Cibi.
Posate vere.
Un intero pranzo della domenica, impiattato con cura su tovaglie di stoffa ricamate.

Il babbo e la mamma avevano portato due banane e una bottiglia d’acqua.
Rimasi di sasso. Ero culturalmente – anzi, antropologicamente – impreparato.

Mangiarono. Tanti. Tutti. Ordinati, a turno.
Come in un rito tramandato di generazione in generazione.

Poi, piano piano, tutto sparì.
Insacchettarono ogni cosa.
Risistemarono gli oggetti dentro i frigoriferi.
Le tovaglie nelle valigie di cartone (giuro!)
Le sedie scomparvero.

Ma prima di andar via…
Un dettaglio che non dimenticherò mai.

Con una paletta da spiaggia, in metallo però, scavarono una buca.
Non troppo profonda.
E dentro… tumularono i rifiuti.
Plastica, involucri, carta stagnola, bucce di anguria, ossa di pollo e tutto il resto.

Come un’offerta.

Come se la sabbia dovesse custodire, assolvere, dimenticare.

Ricoprirono.
Spianarono.
Se ne andarono.

Lì per lì pensai: “Ma guarda questi!”
Poi, tornando verso l’appartamento che è stata la nostra casa per un paio di settimane, ebbi una folgorazione.

Forse – pensai – non era solo e unicamente maleducazione.
Forse era un modo tutto loro di dire: “Siamo stati qui.”

E, io, posso dire d’aver visto anche questo.

In Calabria. Nel 1984 (o, forse, nel 1985).