Tra probabilità e stupore: lo strano caso di ChatGPT

Vedi Leonardo, dico ogni tanto a mio figlio, tu – un giorno – potrai raccontare ai tuoi figli e ai tuoi nipoti di aver attraversato (e superato) una pandemia seduto sul divano con tuo padre, di aver vissuto un periodo della tua vita con due Papi, di aver visto il primo italiano vincere i 100 metri alle Olimpiadi (oltre a essere uno dei pochi juventini ad aver festeggiato il triplete, avendo abiurato dopo il 2010 la fede calcistica di tuo padre, passando al lato oscuro del tifo).
E io? Cosa posso raccontare a mio figlio e, se mai arriveranno, ai miei nipoti?
Beh, caro Giovanni, gli racconterò delle rivoluzioni a cui ho assistito. E che ho vissuto.
E no, non parlo di quella che avrebbe dovuto portare alla dittatura del proletariato. Quella, in Italia, non è riuscita e – di fatto – nessuno l’ha tentata davvero.
Quando pareva possibile, ci siamo ritrovati in una dittatura vera. Ma è un’altra storia, e non sono certo io a poterla raccontare.
Nemmeno la rivoluzione dei costumi, della libertà sessuale, del divorzio e dei diritti civili. Anche se, di quegli anni, sono figlio: sono del ’71. E anche qui, mi va buca.
Ma due rivoluzioni (e mezza) vere le ho vissute. E le sto vivendo, insieme a tutti.
La prima è senza dubbio quella informatica: l’arrivo del PC.
Il mio primo computer è arrivato nel 1992. Avrei potuto avere un Vic20 o un Commodore 64, ma a fine anni ’70 e inizio ’80 mi accontentavo di flipper e videogame da sala.
Ma non parlerò di questa rivoluzione.
La seconda è quella di Internet: siamo a fine anni ’90.
Il www ci ha permesso di navigare tra le informazioni, chattare con il mondo e – diciamolo – scaricare tutte le foto osé (a una risoluzione pietosa), contendendo la linea telefonica di casa con i nostri modem da 33 Kbit.
Oggi, con la fibra in casa, altro che foto di donnine nude: qui siamo al video in alta definizione.
Passano altri vent’anni e quella che negli anni ’60 sembrava fantascienza (ogni riferimento al cervello positronico e al robot Daniel di Asimov NON è puramente casuale) è diventata realtà.
Non quella virtuale e neanche quella aumentata. Quella che viviamo tutti i giorni.
Quando, da studente di Telecomunicazioni, sentivo parlare di reti neurali e sistemi di visione per la guida autonoma (e già si sperimentava), pensavo fossero modelli poco più che teorici.
Inapplicabili.
Troppo costosi.
Oh, i Pentium erano già dei gran processori… e io mi vantavo dei miei 4 Mbyte di RAM… ma era il Giurassico informatico. Ma sto divagando.
Per farla breve: un paio d’anni fa, l’intelligenza artificiale ha fatto il suo trionfale ingresso sugli smartphone di tutti.
ChatGPT (e chi per lei) ha iniziato a deliziare tutti.
Era il 30 novembre 2022. E sembra passato un milione di anni.
Mi ricordo ancora la prima domanda (in inglese): la ricetta della carbonara.
Risposta: panna, uovo e bacon.
Uno strumento totalmente inutile, pensai.
E invece… oggi, non riesco a immaginare il mio lavoro senza.
(Scrivo, analizzo, monitoro dati e piani editoriali. Vivo di parole e connessioni.)
Oggi mi ritrovo ad ascoltare musica che compongo con SUNO (e ti assicuro che è anche roba interessante), a leggere storielle che mi faccio scrivere, a pubblicare immagini che mi basta descrivere, a sgrossare relazioni e documenti.
E ancora non abbiamo visto niente. Dicono.
Qualcuno ha previsto la singolarità nel 2025: il momento in cui l’IA sarà più “intelligente” di noi.
Il punto di partenza di una nuova umanità.
Il punto di arrivo? Un mondo in cui biologico e informatico saranno indistinguibili.
Un po’ come, con l’avvento dei social, virtuale e reale sono diventati la stessa cosa.
Noi, cresciuti a pane, Asimov e Clarke, lo sappiamo: le storie possono anche finire bene, ma la scia di morte e distruzione (vedi Fondazione e Impero Galattico) resta lì, pesante.
E lo sappiamo anche da HAL9000: a lui non si mente. Perché se lo fai, sbrocca. E fa una strage. Deve seguire il suo piano, sempre. A ogni costo.
Ma la vera domanda è: noi, adesso, cosa possiamo fare?
Cosa dobbiamo fare?
Prendere a mazzate i PC e dar fuoco ai data center? Non mi pare sensato.
Il luddismo ha storicamente fallito, e le macchine a vapore hanno – alla fine – migliorato la vita di un po’ di gente.
È chiaro che una macchina nata per fare meglio e più di noi spaventa.
E spaventa le masse di lavoratori a bassa competenza (sì, anche i copywriter come me), che rischiano di restare a spasso non tra 5 o 6 anni… ma tra un paio.
Ma, nello stesso tempo, affascina.
Perché credo che nella sua forma attuale, l’IA sia un incredibile amplificatore di possibilità creative, che ti consente di sviluppare idee a una velocità impensabile solo due anni fa.
Ma amplifica ciò che c’è.
Se hai competenza, amplifica la competenza.
Se hai solo ignoranza… amplifica l’ignoranza.
E quello che ne esce è solo copia-incolla acritico di ciò che il “barattolo” ha partorito.
Insomma, serve spirito critico. Serve mettere in dubbio ogni cosa ci venga detta.
E noi, nati negli anni ’70, quella cosa lì – chi più, chi meno – ce l’abbiamo dentro.
Il povero Leo, e la generazione Z, forse un po’ meno.
Come se ne esce?
La prima risposta è: studiando. Ma tanto.
La seconda è: coltivando un talento artistico.
Che è creativo in radice, e per definizione.
Perché?
Per due motivi, essenzialmente.
Primo: alcuni dicono che il mondo dell’IA sia prossimo al collasso del modello.
Pare ci sia già più contenuto generato da IA che nuovo contenuto umano, e che le IA abbiano “digerito” tutto ciò che l’uomo ha scritto. Internet compresa.
Non hanno più nulla di nuovo da cui apprendere.
E ciò che imparano adesso… lo hanno scritto loro stesse, senza capire.
(Ah, sì: cercate Pappagallo Stocastico.)
Secondo: in assenza di contenuti nuovi, tocca a noi umani creare.
Nuove connessioni. Nuovi sapori.
Nuove ricette da cucinare con le parole e con i concetti.
Serve un creatore.
E il creatore – modestamente – può essere solo umano.
L’umano fatto a immagine e somiglianza del Creatore.
Apro una parentesi (e la chiudo alla svelta, promesso):
questo bisogna andarlo a dire nelle scuole.
Bisogna preparare i nostri ragazzi al mondo che li aspetta.
Un mondo – anche del lavoro – che avrà bisogno di persone qualificate, competenti, creative.
E anche di ingegneri e tecnici in grado di tenere in funzione queste macchine infernali.
Macchine così complesse che non si capiranno più.
Ma avranno bisogno di acqua ed energia. Non solo per funzionare: per vivere.
(E qui arriviamo a Matrix, per chi l’ha visto.)
Perché – e qui esagero – c’è anche chi sostiene che il nostro universo sia solo una simulazione.
E noi, solo unità di calcolo.
Te sta’ a vedere che il Creatore, quello che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, è una IA antica…
…e che il cervello che stiamo cercando di replicare è solo un data center cosmico da riparare.
E i tecnici bravi… sono finiti.
Tutto questo, Giovanni, solo per dirti: la prossima volta che chiedi a un ingegnere di scriverti una riflessione sulla IA… pensaci due volte.
Chiedigli, piuttosto, di scrivere dei borghi che si spopolano (fatto), o di Fabio Tombari (prossimamente su queste pagine).
Ora do in pasto il testo a ChatGPT, mi faccio correggere gli errori e poi ti mando tutto.
Se state leggendo queste righe, significa che:
- Avete una gran pazienza (e, per inciso, il Direttore Cioria – che mi vuol bene – questo articolo in una versione appena riveduta e corretta, l’ha pure pubblicato sul suo giornale, pensa mo’ te…).
- Conservate ancora un briciolo di umanità.
E quell’umanità difendetela fino alla fine e sempre.
E spiegate ai vostri ragazzi che la macchina è utile, ma farsi due tagliatelle come si deve non è delegabile.
È il gusto della creazione che va coltivato e tramandato di generazione in generazione.