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Di lunedì e di telefonate

Storia di due tizi che si sono incontrati per caso

Il lunedì è una giornataccia.

Sarà perché hai davanti una settimana di beghe, che a venerdì mancano cento e più ore e speri che andrà tutto bene pur sapendo che il calcolo delle probabilità non gioca a tuo favore.

Sarà che la Ferrari ha preso trenta secondi o che le gomme di Bagnaia erano, ancora una volta, difettose.

Sarà che il weekend non ti ha riposato affatto.

Però il lunedì è — cascasse il mondo — il momento della telefonata. Quella con la “T” maiuscola.

Quella che fai, inderogabilmente, al tuo amico più caro.

Non parlo dell’amico con cui andavi a ravanare tra i fumetti in barbieria, del compagno di banco del liceo e nemmeno di quello dei tempi dell’università.

No. Non è quell’amico lì.

Parlo dell’amico che il destino, e io al destino ci credo, ti ha fatto incontrare solo una decina di anni fa.

Frequentavamo – e frequentiamo ancora – lo stesso Club.

Io, da nuovo arrivato, pagavo lo scotto dell’ultimo banco, seduto al tavolo dei ritardatari e dei soci anziani. Poi, una sera, arriva “quello lì” e con la stessa autorità di un barbiere che decide se è ora di farti la prima barba, sentenzia: “Te stasera ceni con noi”.

Poi, Lui diventa Presidente, io il suo Segretario.

È lì, tra un “Buongiorno mein President” e un “Buongiorno herr Sekretair”, che nasce il protocollo. Rigorosamente di lunedì: serate da organizzare, lettere da spedire (quelle di carta, che avevano ancora il profumo delle cose che si fanno per bene), questioni da risolvere.

E non ci siamo più fermati.

Perché, come dire, senza quei dieci minuti di reciproco sfogo settimanale, la settimana non ha il passo giusto.

Di cosa parliamo? Di figli (il mio), di nipoti (il suo), di acciacchi condivisi, di quella fede calcistica che ci accumuna. Insomma,  di quello che ci va.

E siamo passati dai titoli formali al fradlòn (fratellone, per i non autoctoni).

Vedi Giovanni, ho da tempo smesso di credere alla casualità. Le cose accadono quando devono.

E quell’amico l’ho incontrato quando avevo la maturità per capire che l’amicizia disinteressata è un bene r-esistente.

E ho capito che la vera amicizia è la prova che il caso non esiste. E ho capito che è il dono di un’anima affine che è lì per te esattamente quando hai finito i pretesti per restare solo. Il dono che trasforma un grigio lunedì in un giorno degno di essere vissuto.

L’amicizia è l’unico investimento che non conosce svalutazione: è quel pezzo di vita che non determini tu, ma che ti certa e ti trova quando sei diventato abbastanza grande per capire che, da solo, non vai da nessuna parte.

Ed è per questo che ogni lunedì faccio quel numero e aspetto che gli squilli lascino il posto al suo “Niiiicoooo! Come stai?”. E dal tono so già se lui sta bene o meno, se ha voglia di parlare o meno, se ha voglia di scherzare o meno (e non ricordo una sola telefonata che non si sia conclusa tra le risate).

La mia fortuna? Che di persone belle il destino me ne ha messe davanti tante. Una l’ho pure sposata, più di trent’anni fa, sfidando ogni statistica e ogni legge del caso.

Ma questa è un’altra storia, un altro “incendio meraviglioso” che forse ti racconterò un giorno davanti a un caffè, sperando che tu non mi spinga a scriverci su un altro pezzo nostalgico.

Lo farai.

E io ci cascherò di nuovo.