Chianino a chi?

Quando, quella sera, Giuseppe aveva citato il maiale chianino durante il corso di improvvisazione teatrale, non avrebbe mai immaginato quel che sarebbe accaduto dopo.
«Volevo solo trovare qualcosa di assurdo» aveva confessato ai compagni di corso, davanti a una birra e a una pizza, schermendosi tra le risate generali, mentre qualcuno già favoleggiava di una fiorentina con le setole e qualcun altro disegnava sulla tovaglietta un maiale con le corna.
Ma nessuno dei presenti a quel tavolo, poteva sospettare che certe parole, pronunciate nell’aria carica di pathos e recitazione dilettantistica, possedessero il potere ancestrale di piegare le leggi della zootecnia e della natura.
Il giorno seguente, era un giovedì qualunque.
Giuseppe aveva aperto la sua Antica Macelleria alle sette in punto, infilandosi il grembiule a righe sopra la solita camicia a quadri, affilando le lame e disponendo con cura i cartellini dei prezzi sulle fiorentine e sugli altri tagli messi in bella mostra nel suo bancone.
L’aria aveva un vago sentore di rosmarino e Chianti.
Poi, verso le dieci e mezza, il pavimento cominciò a tremare. Non era il furgone delle consegne e nemmeno il bus di linea per Siena.
Era un battito cadenzato e solenne: zoccoli massicci che percuotevano il lastricato con la potenza di un terremoto.
Fuori dalla vetrina, attratti dal rumore, si erano radunati proprio loro: i compagni del corso di improvvisazione teatrale, capitati per caso nel bar del Paese per la pausa caffè.
I loro sorrisi sarcastici, pronti a perculare Giuseppe per la battuta della sera prima, si trasformarono in un amen in maschere di puro stupore, incollandosi al vetro con gli occhi spalancati, alla vista di ciò che era entrato nella bottega.
Una mole immensa aveva oscurato la luce del mattino. La porta a vetri della bottega si era spalancata con un cigolìo sinistro, per accogliere un colosso che sfidava ogni principio fisico e biologico.
Era Lui.
Sette quintali di pura muscolatura bovina, la schiena dritta e solenne e due maestose corna d’avorio dalle punte scure, a mo’ di arcuata corona del dio agreste che era.
Eppure, al centro di quella scultura michelangiolesca, spiccava inequivocabile un grande grugno roseo e morbido, sormontato da orecchie appena ricurve e completato, sul retro, da una sontuosa coda a ricciolo e ciuffo di pelo bovino, che ondeggiava lenta.
Il maiale chianino era venuto a presentarsi. E a chieder conto.
In quell’istante, Giuseppe perse vent’anni di vita. Il coltello gli scivolò dalla mano, mentre scontrini e fogli di carta paglia volavano come coriandoli impazziti sopra il banco in marmo.
Spinto da un istinto di pura sopravvivenza, il macellaio compì un balzo prodigioso, arrampicandosi sulla scaffalatura laterale tra i salami appesi e le cosce di prosciutto stagionato, aggrappato alle mensole di legno massiccio.
Il terrore dipinto in volto come in un quadro del Caravaggio.
Il maiale chianino avanzò di un solo passo, facendo scricchiolare le piastrelle.
Emise un sospiro cavernoso e baritonale che profumava sottilmente di ghianda di cerro e vinaccia.
Mosse il poderoso collo taurino verso l’alto, squadrò con disappunto una collana di salsicce nostrane e infine piantò i suoi occhi neri e profondi direttamente in quelli di Giuseppe.
«Dunque» disse rompendo il silenzio irreale della bottega, «eri tu quello che voleva fare dell’umorismo su di me e sulla mia stirpe?»
Giuseppe, sospeso a mezz’aria tra una soppressata e un culatello e totalmente incapace di intendere e volere, riuscì a balbettare una mezza scusa: «E-era un se-semplice e-esercizio a te-tema li-libero di im-impro-improvvisazione te-te-teatrale… lo lo giu-giuro!»
La bestia fissò il macellaio per sette, interminabili, secondi.
Poi, con ostentata indifferenza, abbassò il grugno monumentale sulla bilancia elettronica del bancone, schiacciando il piatto con la punta del naso.
0,000 kg.
Sulla display della bilancia il maiale chianino aveva lasciato un promemoria filosofico che non lasciava spazio a interpretazioni di parte: l’assurdo non si vende a peso.
Soddisfatto di quanto appena fatto, il maiale chianino compì una lenta, impeccabile conversione a U, scuotendo la nappa della coda, e varcò nuovamente l’uscita a passo di parata – non prima di aver defecato sullo zerbino all’ingresso – incamminandosi verso i pascoli della Val di Chiana con la dignità di un granduca.
Nessuno dei presenti, per i successivi dieci minuti osò profferir parola, affrontando un atroce dilemma: applaudire a scena aperta o chiamare un esorcista?
Giuseppe si decise a scendere dallo scaffale solo a metà pomeriggio.
Da quel giorno, si disse, durante le lezioni d’improvvisazione, avrebbe tenuto a freno la sua indole, cercando di restare quanto più possibile agganciato alla realtà.