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Apfelwähe

Sanno fare la cioccolata, gli orologi e i formaggi.

Hanno degli sciatori meravigliosi. Da sempre.

Hanno le banche più importanti e potenti del mondo. Indubbiamente.

Non sanno cucinare. E neanche giocare a calcio. È una verità incontrovertibile.

Ma, come tutte le verità, anche questa aveva avuto i suoi momenti di crisi.

Come quella volta che il Lugano – il più italiano dei Cantoni – vinse a San Siro 1-0 in coppa UEFA. Ma era la stagione 1995/96 e l’Inter… era l’Inter.

Ma restava una verità.

E ne ero convinto.

Talmente convinto che quando Marco era tornato al Paesello dalla Svizzera in cui non so se era nato, ma di sicuro ci era cresciuto, non perdevo occasione di ricordargli che sì, erano educati, precisi, ricchi e tutto il resto.

Ma sportivamente e soprattutto calcisticamente, all’Italia non potevano neanche paragonarsi lontanamente.

Quattro mondiali vinti, l’ultimo nel 2006, lo testimoniavano.

E poi successe. Semplicemente.

Le maledette qualificazioni del mondiale del 2018: noi fuori, loro qualificati.

Beh. Dai. Sono cose che una volta nella storia possono capitare.

Ma una volta sola. E la storia avrebbe rimesso tutto a posto.

E infatti nel 2021, non ne eravamo usciti migliori dal COVID ma la nazionale aveva vinto il titolo europeo. In finale con l’Inghilterra.

Ai rigori.

A casa loro.

Con Marco era nato un rapporto che non si può dire di amicizia, ma di cordiale e reciproca sopportazione si. D’altra parte casa nostra è un paesino di meno di millequattrocento anime e il suo agriturismo aveva un bel successo e ospitava, spesso, i parenti svizzeri di mia moglie che venivano periodicamente a trovare noi e gli zii.

E le distanze calcistiche erano state ristabilite.

Fino al 2022.

Dannazione. Noi fuori un’altra volta. Gli svizzeri qualificati un’altra volta.

C’era di che impazzire. Oggettivamente.

Passarono altri due anni di declino calcistico e oramai i commenti sul mio profilo Facebook avevano perso vigore e verve.

Ma il destino, finalmente, aveva deciso che sì. Ci sarebbe stata la resa dei conti.

La nazionale di Spalletti del 2024 non era certamente tra le più forti e la Svizzera non era certamente scarsa ma dai.

Un europeo.

Non avevano speranze.

Lo provocai sui social, per strada, ovunque.

Marco la prese con filosofia: “se passa la Svizzera ti preparo una torta di mele”. Me lo scrisse in un commento all’ennesima provocazione nei giorni prima della partita.

Una di quelle torte meravigliose che postava sul profilo del suo B&B.

“Non la mangerò mai!”

“Vedremo”.

Arrivò il giorno della partita e… un massacro. Vincono gli svizzeri 2-0.

Loro avanti. Noi eliminati.

Ma come… ma porc… ma dai!

Beh. Contando e confidando sull’affidabilità del quasi amico mi dissi che mi sarei consolato con la torta.

Aspettai qualche giorno.

Qualche settimana.

Mesi.

Ma della torta, nemmeno il profumo.

Iniziai il mio lavoro ai fianchi. Commentando ogni suo post.

Sistematicamente.

Emoji di torte. Richiami al suo senso del dovere. Garbati insulti.

Non sortii effetti.

Passò un anno.

I cugini di mia moglie erano ospiti al suo B&B e, una sera, saremmo passati a prenderli per andare a mangiare una pizza. Decisi che sì, lo avrei ulteriormente provocato.

Preparai una torta di mele e gliela portai la sera stessa.

Con espressione trionfante gliela porsi dicendo “Toh! Almeno impari come si fa!”.

Non reagì, se non ridendo della sua inconfondibile risata.

La vita riprese placida e tranquilla. Calcisticamente non avevamo più nulla da dirci, almeno fino alle qualificazioni per i mondiali del 2026.

Ma nel frattempo? Che fare?

Qualche piccolo sfottò, qualche richiamo all’ordine tanto per far leva su un senso di colpa che certamente Marco non aveva.

Poi, una sera di pochi giorni fa, mi arriva un messaggio su WhatsApp.
“Buonasera Nicola, sono il corriere, avrei un pacco da consegnare. Domani trovo qualcuno?”.

Era lui.

“Trovi mia moglie fino alle 11.30”.
“Ancora meglio. Preparo la consegna. Appena uscita dal forno”.

E come se non bastasse, mi manda anche la foto.
Una torta di mele. Talmente invitante che stavo per dare un morso allo smartphone.

“Sei un signore”. Non riuscii a scrivere altro.

Il giorno dopo, rientrato dal lavoro, la ritrovo lì.
Sul tavolo.
Profumata, fragrante, con le noci sopra.

Non una torta qualsiasi: la torta.

Resisto fino a dopo cena, ma solo per dignità.
Poi cedo.
Una fettina sola.
Per testare la colazione del mattino dopo, mi dico.

Umida, dolce, equilibrata.
Si sentiva che era stata preparata con precisione e con amore.
Con quella cura che non serve a vincere, ma a mantenere una promessa fatta quasi due anni prima.

Il sapore dell’amicizia.
Quella strana, fatta di prese in giro, attese infinite, commenti sui social e sfottò calcistici.
Quella che non ha bisogno di grandi dichiarazioni, ma che quando arriva…
arriva ancora tiepida.

La colazione del giorno dopo fu memorabile.
E quella dopo ancora.
E quella dopo ancora.

Una settimana (scarsa) di colazioni fatte con il sorriso.
Con la sensazione che, a volte, la vita sappia rimettere le cose a posto nel modo giusto.

Non con una vittoria ai rigori.
Non con una rivincita.

Ma con una Apfelwähe sul tavolo.