La Trilogia del Tonno
Episodio V: L’Emiliano Galattico

Emiliano studiava Fisica.
E come molti fisici — almeno all’epoca — aveva un rapporto con la cucina simile a quello tra un riccio e un phon: sospetto reciproco, prudenza e, spesso, tragedia.
Lui, in cucina, non sapeva fare nulla.
Nada.
Zero.
Ricordo, con affetto e anche con un certo sgomento, le poche volte in cui, influenzato, mi chiedeva una pasta al burro.
Semplice, direte. Non per lui.
Per lui anche i fiocchi di purè istantaneo erano una minaccia.
Una volta troppo liquido.
Una volta cemento armato.
Una volta… bruciato. BRUCIATO. Il purè in fiocchi.
Ci vuole del talento, per bruciare l’istantaneo.
E lui, Emi, quel talento ce l’aveva.
Ma c’era una cosa che adorava: i miei spaghetti col tonno.
Con la variante avanzata, quella con acciuga e capperi a tre quarti di cottura.
Una sinfonia sapida, direbbe qualcuno.
Una bomba al palato, diceva lui.
E quando le nostre strade si divisero — io verso nuove avventure, lui verso il Regno Unito — mi chiese la ricetta.
La volle imparare.
Misurò tutto, prese appunti.
Forse l’unica formula della sua carriera non scritta su una lavagna.
Anni dopo, forse per il suo quarantesimo compleanno — o almeno così la ricordo, l’ultima volta che l’ho visto — mi racconta un episodio che, a ripensarci, sembra uscito da una commedia romantica a tema culinario.
Cardiff, sera d’autunno.
Una ragazza siciliana — bella, ovviamente — bussa alla sua porta.
Cercava una padella, una banale padella, ma si ritrovò un Emi sorridente, che le disse: «Ti offro la padella… e anche una cena.»
E che cena?
I “miei” spaghetti col tonno.
Lei li assaggia. Sente il cappero. Sente l’acciuga. Sente qualcosa di più.
Il resto… è storia.
Figli, e una stirpe gloriosa di siculo-pesaro-gallesi.
Tutto cominciato da una padella e da una ricetta passata di mano come un testimone di staffetta… o come una memoria d’infanzia che si fa futuro.
Dimenticavo.
L’ultima volta che ci siamo visti, Emiliano si presentò senza il libro che mi doveva restituire.
La mia copia italiana, quella un po’ stropicciata ma con le sottolineature affettuose, della Guida Galattica per Autostoppisti.
Sparita nel buco nero delle case condivise, dei traslochi internazionali, degli scaffali di fisici smemorati.
Io ci tenevo.
Lui lo sapeva.
Però, con l’aria compunta di uno che cerca di compensare una colpa intergalattica, mi regalò la versione originale.
In inglese.
Io… non so l’inglese.
Lui sapeva anche questo. Ma me la consegnò come se fosse un asciugamano sacro.
E io la conservo ancora.
Non l’ho mai letta, no.
Ma è lì, tra le cose più care.
Perché dentro c’è tutto: la sua goffaggine, la nostra amicizia, il sapore di quegli spaghetti che, forse, ora cucina per i suoi figli gallesi col cuore pesarese.
E anche quel pizzico di ironia dell’universo che, alla fine, ti restituisce qualcosa… ma mai esattamente come lo ricordavi.