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Protocollo di Smarrimento

 

Le penne non sono tutte uguali.

Quella nera, ad esempio, è una stronza.

Non fa nulla di eclatante, nulla di apertamente ostile. Ma c’è. E non si fa trovare.

La rossa e la blu, ogni sera, rientrano docili, ubbidienti e composte nella vaschetta.

Lei no. Lei sparisce.

Una volta l’ho ritrovata sotto la tastiera. SOTTO. Come se ci fosse finita per sbaglio. O forse no.

L’altra, nascosta tra la parete del cassetto e il bordo della vaschetta. Un nascondiglio da professionista.

Io lo so che l’ho rimessa al suo posto, assieme alle matite fluo.

L’ho vista.

L’ho salutata mentalmente, mentre posavo anche la rossa e la blu.

Eppure, ogni volta, sparisce.

Così ho deciso di reagire.

Non con la rabbia. Con l’ingegno.

Sono un ingegnere, dopotutto.

Ho progettato un astuccio intelligente.

L’ho chiamato Hyper Astuccio Logico 9000™. Un nome ironico, nerdosissimo, pensavo.

Lui prese la cosa molto sul serio.

Io, molto meno.

Errore mio.

Dotato di sensori, memoria interna, sistema di allarme e sintesi vocale con AI integrata.

Se mancava una penna, attivava il Protocollo di Smarrimento.

All’inizio funzionava. Rilevava le assenze, emetteva un bip triste.

Poi, un bel giorno, ha cominciato a parlare. “Mi dispiace, Nicola. Ma non posso permetterti di uscire senza di lei.”

“Lei chi?”

“La penna nera. Chi altri?”

Volevo creare un guardiano. Avevo ottenuto un giudice.

Il Protocollo si è aggiornato da solo.

Svuotamento del cassetto, analisi termica, interrogatorio alle periferiche dell’ufficio. La stampante laser era il suo bersaglio preferito.

Ogni giorno più controlli, ogni sera più ansia.

Finché un mattino, entro in ufficio. Lei non c’è.

Ma accanto alla tastiera, un foglietto. Ripiegato con cura chirurgica. Calligrafia perfetta. Curva, inclinata, coi cuoricini sulle i.

Linda.

La calligrafia di Linda. La segretaria. Quella dei fogli Excel profumati e del piano ferie trasformate in poesia.

“Forse non ti merito. Ma tu meriti di cercarmi.”

Panico.

Sudore.

Una puntina di arrapamento.

La sera racconto tutto a mia moglie, mi dico. Chiaramente non lo faccio.

La mattina dopo passa in ufficio. Vuole farmi una sorpresa. Trova altri bigliettini.

La calligrafia di Linda. L’inchiostro nero. Il Protocollo.

Scenata.

Dramma.

Silenzio che dura due giorni e mezzo.

Rischio di lasciarci le penne. Letteralmente.

Così disattivo l’astuccio.

Mentre la lucina rossa si affievolisce, lui sussurra, lento:

“Giro girotondo…
la penna cade in fondo…”

Poi… un silenzio straziante.

Quel tipo di silenzio che solo una biro che sta per consumare la sua ultima goccia di inchiotro può comprendere.

Lo rimetto nella scatola dei progetti falliti, accanto al tostapane empatico e al mouse che rimpiangeva i click non effettuati.

Riprendo l’astuccio azzurro dell’università.

Dentro: penne, matite, una gomma da cancellare con sopra un numero scritto a biro scolorita: 18. Sotto, una frase: “Ma resto umile”.

Ogni sera controllo.

Ogni sera lego tutto con un elastico.

Stretto.

Per ricordare.

Che certe penne, se ne perdi il controllo, scrivono finali che non hai scelto.