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Come si Chiama Quel Tram?

 

Ho sempre desiderato avere il pieno controllo della mia vita.

E invece, sin dalla più tenera età, c’è sempre stato qualcuno — o qualcosa — che mi imponeva dei binari da seguire.

Le maestre, i professori, il meteo, l’oroscopo, le istruzioni degli elettrodomestici.

Crescendo, pensai che per evadere davvero servisse velocità.

Così iniziai a correre.

In auto, ovunque e comunque.

Ma ai binari si era semplicemente sostituita la pista: curve obbligate, limiti, marshall con bandiere gialle. Anche lì, c’era poco da sgarrare.

Passai allora all’arrampicata sportiva.

La parete era mia, il cielo pure, e sotto solo il vuoto.

Ma anche in quel caso, se non hai una corda, un amico, e una buona assicurazione sanitaria… ti schianti.

Così, un giorno, mi ritrovai in Nepal. Avevo tentato — con vago entusiasmo e scarpe inadatte — la scalata a un ottomila.

Mi fermai a 5.500.

Non per sfinimento, ma perché c’era un campo base con una stufa e del tè caldo.

E francamente, anche i sogni possono aspettare cinque minuti.

Fu lì che incontrai Yuki.

Cuoca itinerante, ex danzatrice Nō, filosofa del sashimi.

Parlammo poco, perché l’ossigeno era scarso.

Ma bastò.

Mi guardò con quegli occhi color zuppa di miso e disse: “La libertà è come il tonno scottato: croccante fuori, cruda al cuore. E bisogna farsene una ragione.”

In quel momento capii due cose.

La prima: che stavo congelando.

La seconda: che non avevo più nulla a cui attaccarmi… …a parte l’intuizione che ebbi in quell’istante.

Affittare un vecchio tram, rimetterlo in sesto, trasformarlo in un ristorante giapponese.

Rimettersi sui binari, ma per scelta.

Cucinare tataki in movimento, col riso che vibra per colpa delle rotaie e il brodo che sobbolle e rischia di debordare dalle pentole in curva.

Così nacque Tataki al Tram.

Yuki e io.

Un menù limitato ma esistenziale.

Un solo tavolo, ma con vista che cambia a ogni fermata.

La gente saliva per caso, scendeva illuminata.

Qualcuno trovava l’amore, altri solo il wasabi. Una volta un tipo ha avuto un’illuminazione mistica tra l’antipasto e il dolce.

Peccato che non avessimo dolci.

Ogni tanto qualcuno chiedeva: “Ma dove porta questo tram?”

E noi: “Dove vuoi tu. L’importante è salire senza aspettative.”

Ci chiamavano i filosofi su rotaia, i samurai del binario 9 e ¾, gli ultimi artigiani del glutammato consapevole.

Eravamo felici.

Eravamo liberi.

Eravamo… …fermi.

Già.

Lo capimmo un giorno d’inverno, quando la condensa si fermò sui vetri e nessuno salì.

Scoprimmo che il tram era stato scollegato dalla rete da tre settimane.

Bloccato su un binario morto.

Ma nessuno — nessuno — se n’era accorto.

Nemmeno noi.

E forse è questa la vera libertà: non sapere se stai andando o restando, ma gustarti ogni morso come se fosse l’ultimo.

Con un po’ di salsa di soia.

E senza rimpianti.