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Così Croccante

 

Mettere insieme elementi diversi, trovando la loro giusta combinazione, mi è sempre piaciuto.

All’inizio fu la chimica.

L’ordine nascosto nelle molecole, le reazioni, i legami. Studiavo con passione, convinto che quella fosse la mia strada. Aprii persino un laboratorio mio: analisi ambientali e ricerca di materiali alternativi alla plastica. Una roba seria. Avevo clienti, macchinari, provette che brillavano di fluorescenza. E una targa sulla porta con scritto: “Sintesi Sostenibili.”

Eppure, mi mancava qualcosa. Il gusto. Letteralmente.

Tutto sapeva di niente. Reagenti, solventi, dati. Perfino la mia pausa pranzo aveva il retrogusto di una formula troppo bilanciata.

Così cambiai strada.

Un giorno presi il camice, lo piegai con cura e lo scambiai con un grembiule da pasticciere.

Passai dalla tavola periodica alla tavola da pasticceria.

Fu un passaggio naturale, come se ogni crema, ogni sfoglia, ogni glassa rispondesse a un bisogno più profondo: combinare elementi. Solo che ora il risultato era commestibile, e in certi casi, perfino commovente. Pasticcini a strati come sinfonie, mousse che raccontavano stati d’animo, bignè con più equilibrio interiore di molti miei ex colleghi chimici.

Ma anche lì, qualcosa non lievitava.

Le torte erano belle, buone, perfette. Ma finite. Stabili. Inerti, a modo loro. Il gusto c’era, ma la trasformazione si fermava nel piatto. Io volevo qualcosa che cambiasse ancora. Che vivesse.

Fu allora che iniziai a coltivare. Erbe aromatiche in terrazzo, ortaggi in giardino. Lo facevo per disciplina alimentare, ma finì per diventare una pratica contemplativa. Guardare una lattuga crescere mi dava più emozione che sfornare mille babà. Ogni giorno era diversa. Più curva, più aperta, più verde. Reagiva alla luce, all’acqua, ai miei silenzi.

Un giorno, annaffiando un cespo di scarola, mi venne un’illuminazione: la lattuga è un’opera d’arte viva. Non chiede approvazione, non vuole essere venduta. Esiste e cambia. E lo fa con una grazia tale che perfino una ballerina classica dovrebbe prenderne nota.

Da lì, iniziò l’ossessione.

Fotografavo lattughe. Le disegnavo. Diedi nomi a ciascun cespo: Marina, Ulisse, Riccardone. Cominciai a collezionare immagini, articoli, miniature medievali in cui spuntava una foglia. Una volta attraversai tre province per vedere un dipinto dal titolo “La Pietà Verde”. Era una natura morta con lattuga e limone, ma nel gioco di ombre c’era tutto: redenzione, dolore, vitamina K.

Poi incontrai lei. O lui. O esso.

Difficile a dirsi. Portava una maschera da coniglio, parlava poco, ma aveva un modo tutto suo di annuire. Lo conobbi (o la conobbi?) in un mercatino bio. Io stavo discutendo animatamente con un finocchio. Lei (dai, diciamo lei) si avvicinò, prese una rucola dalla mia cassetta e disse: “Anche le foglie sbagliate hanno una funzione.” Poi sparì.

Ci rincontrammo giorni dopo, in una mostra di arte post-vegetale. Questa volta si presentò: si chiamava Così. Solo Così. Diceva di avere un passato da curatrice d’orti installativi e una visione: una galleria in cui la lattuga fosse protagonista assoluta.

Non ci pensai nemmeno. Avevo trovato la mia musa. Il mio muso. La mia Così.

E nacque Insalarte.

Una galleria monotematica. Solo opere con la lattuga al centro. Nessuna eccezione. Il regolamento era scritto su carta di riso e diceva: “Chi osa esporre cavoli verrà compostato.”

Esponevamo tutto: fotografie, sculture, cespi essiccati, performance dal vivo (una danzatrice che si vestiva ogni sera con 42 foglie fresche). C’era chi piangeva. Chi rideva. Chi si convertiva alla lattughitudine. C’era anche chi, con sguardo sognante, domandava sottovoce se fosse previsto un corner gastronomico. Così nacque l’angolo “Contorni Contemporanei”: panini d’autore, rigorosamente con lattuga protagonista, accompagnata da arrosto di tacchino aromatizzato alla maggiorana e riflessioni sul minimalismo digestivo.

Il giorno dell’inaugurazione, facemmo piovere insalata mista dal cielo.

Un vecchio disse che era un segno. Un bambino cercò di condirla con l’aceto. Noi stavamo solo lì, davanti alla nostra prima opera ufficiale: una tela immensa con stampata una sola foglia, dal titolo “Respiro croccante n.3”.

Fu lì che capii.

Non ero io ad aver cercato la lattuga.

Era la lattuga ad avermi scelto… Così!