Barbierie Resistenti. E Altre Storie
Caro Direttore,
o, se preferisci, Caro Giovanni.
Ci sono cascato un’altra volta e, con te, ci casco dal lontano 1996 quando mi facesti la (mia) prima intervista telefonica, con annessa uscita a sei colonne.
Ero giovane e alle mie prime esperienze politiche e, da quella volta, imparai a non dire sempre tutto tutto a un giornalista. Che poi quello scrive.
Perché durante una delle ultime nostre telefonate ti raccontavo di quel vero e proprio patrimonio culturale e di comunità che sono le sempre più rare barbierie di paese e – come sempre – mi hai spinto a scriverci su qualcosa.
E, tanto per dire, la penultima telefonata ha partorito un pezzo nostalgico sulla selezione dei candidati del vecchio PCI.
Qualcuno potrebbe dire che meno ci telefoniamo e meglio è. E un dubbio mi assale. E se quel qualcuno avesse ragione?
Ora. Cosa c’entra la politica militante, abbandonata nel 2014 con grande sollievo del mio fegato, con tutto questo e con le barbierie di paese?
Niente. O forse tutto.
Perché a quasi 30 anni da quella prima telefonata tra noi, se rivolgo lo sguardo alla mia (pre)adolescenza, la mia attività politica e tutto il resto, mi son reso conto che qualcosa ha accompagnato il ragazzo che ero, forgiato l’uomo che sono e che – ora – è diventata una parte importante del mio vivere la comunità e in comunità.
E quel qualcosa è un negozio di barbiere affacciato sulla Piazza del Paese (e le maiuscole non sono utilizzate a caso): il Paese è Mondaino, finché di barbieria ce n’è stata una e – dopo anni di barbe e tagli a zero realizzati in autonomia – oggi, la Piazza è quella di Saludecio, dove il negozio R-Esistente è uno degli ultimi baluardi della Saludecio (e del nostro senso di comunità) che fu, forse è, ma che certamente in futuro non sarà.
È quella bottega, tornando alla natìa Mondaino, in cui da bambino andavo a farmi i capelli con mio padre, da adolescente a rovistare tra le copie di Famiglia Cristiana o, più precisamente, a ravanare nel ripiano basso del tavolino sperando che spuntasse fuori (e spuntava, spuntava…) qualche fumettino interessante.
Quel tempio della passione ciclistica dove si andavano, religiosamente, a seguire – su un 14 pollici in bianco e nero – le tappe del Giro d’Italia, discutendo e potendo discutere con gli adulti (maschi) del Paese. Perché i suddetti adulti ti concedevano la facoltà di farlo.
Erano gli anni ’80. Io tifavo per Moser. Gli altri per Saronni.
Perché la barbieria di paese, per un adolescente con il baffo di primo pelo era uno dei passaggi necessari per essere accettati tra gli adulti, la prima barba una vera e propria iniziazione. E non eri tu a decidere di farla. Era il barbiere che, con occhio clinico, stabiliva che sì, era ora di iniziare a radersi regolarmente. E non era questione di aumentare il fatturato, era che era ora di fare il salto in una categoria superiore.
A quasi 40 anni da quella prima barba, mi occupo – per mestiere – di comunicazione online e di social media, ho realizzato che anticamente (e non parliamo di 500 anni fa…) in assenza di Zuckemberg e della sua creatura, era chi ti faceva la barba a fungere da piattaforma network.
Ascoltava tutti, stuzzicava tutti, orientava la conversazione, alimentava il feed delle notizie, e questo in funzione di chi c’era e di quanti ce n’erano.
Perché l’intelligenza artificiale funziona, ma quella naturale ci ha portato fin qui e credo che resterà insostituibile in diversi ambiti. Ma non voglio divagare troppo.
E se volevi vincere (o aspirare a farlo) un’elezione amministrativa, poter entrare in quel flusso di comunicazione acquisendo la necessaria visibilità e notorietà prima, fare engagement poi e convertire il tutto in preferenze e voti era un passo necessario.
Come a dire che sono cambiati i mezzi, la velocità di trasmissione dei dati e il pubblico potenziale raggiungibile, ma alla fine non è cambiato nulla.
Mi piace pensare che quell’esercizio settimanale (quando poi la barba me la facevo tutti i sabato, per avere – da amministratore locale – un quadro del sentiment della comunità nei miei confronti e in quelli della amministrazione di cui facevo parte) abbia contribuito a costruire le basi anche del professionista che sono.
E non è cambiato nulla: esistevano anche allora le fake news e le notizie diffuse ad arte per ottenere consenso. Come dire? Una meraviglia.
E così, quando a Mondaino quella porta si è chiusa, una parte del nostro essere comunità è venuta a meno. Sostituita, certo, da altro. Ma non era la stessa cosa.
Perché – da Mondainese ortodosso e integralista a Saludecio, la barba, mai – mi son dotato di rasoio, pennello, taglia basette elettrico e tutto il necessaire per lo sbarbamento autarchico.
E sono andato avanti per anni, così. Ma con la sensazione di aver fatto una patacata, perché a un certo punto mi son reso conto che quell’atmosfera mi mancava.
E così, seppellita l’ascia del campanilismo (che a un certo punto la prospettiva di un Municipio unico tra noi, loro e Montegridolfo mi pareva l’unica sensata), mi son presentato nell’ultimo baluardo della Comunità che fu.
La mia prima barba a Saludecio. Di una lunga serie che dura ancora oggi e durerà finché il Duca e Bito, barbieri R-Esisitenti di Saludecio (rispettivamente Padre e Figlio, i cui nomi di battesimo li ho imparati solo a distanza di anni), avranno modo, tempo e voglia di farmela a fronte del modico compenso che chiedono.
La prima volta mi guardano, forse, stupiti.
La seconda volta, si conversa e confesso il mio esser lì non tanto e non solo per il servizio offerto, ma per esser loro una vera e propria istituzione.
E li stupisco una seconda volta.
Il seguito puoi immaginarlo, scoppia l’amore, io ritrovo l’atmosfera di ciò che ricordavo e torno a vivere, torno a ridere alle stesse battute, torno a discutere in dialetto della politica locale e della situazione internazionale – passando ai commenti sul tempo, all’andamento delle colture agricole con nonchalance (per la fisica quantistica teorica ci sarà tempo) – ritrovo quei personaggi di paese che ogni tanto fanno capolino nel negozio che qualche forestiero di passaggio chiede – ogni tanto – di fotografare.
E ci sarebbe tanto altro da raccontare su questa coppia incredibile, così come tanto ci sarebbe tanto da raccontare sulla valenza formativa ed educativa dei tavoli della briscola e tressette al bar del Paese (e devo ricordarmi di non telefonarti, sennò va a finire che mi convinci a scrivere anche questa).
Perché vedi, caro Giovanni (che Direttore, a ‘sto punto stonerebbe), superata di slancio un paio di anni fa la quota del mezzo secolo vi vita, mi son reso conto che le barbierie di paese sono come le Osterie di Fuori Porta cantate dal Guccini: sono ancora aperte come un tempo […] ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta.
E in quel “fuori o dentro” c’è tutto quel che ha riempito queste due paginette.
Quella gente non c’è più, chi per scelta, chi per sopravvenuta, e superiore, chiamata.
E noi, che nel frattempo siamo diventati grandi, abbiamo il dovere civico di sostituire – indegnamente -quei personaggi che hanno aiutato schiere di adolescenti a diventare uomini, una barba alla volta, una discussione alla volta, una tappa del Giro alla volta.
E lo facciamo e lo faremo andandoci a sedere su quei divanetti, a passarci un paio di ore anche se di far la barba non ne avresti né voglia, né bisogno; ad accompagnare tuo figlio adolescente per la prima barba seria, nascondendo una lacrimuccia, documentando tutto con il telefonino ed essendo più emozionato di lui.
E dobbiamo farlo noi che da giovani pensavamo di far fortuna altrove, con l’idea romantica di tornare a morire nei nostri amati paesini.
Perché qualcuno di noi, in quei paesini, ha pensato che era meglio rimanerci a vivere. Felicemente.
Nicola Battistoni
Barbierofilo R-Esistente dal 1971